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Karma cafe: decisamente ci meritiamo tutto questo!

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Karma cafe

Nelly, bellissima, sorridente, Venere color cioccolato,  proponeva i piatti dalla sua Costa d’Avorio nel tranquillo localino dietro casa mia. La giornata intera passata a cucinare da sola sul retro, con il sottofondo di Radio Popolare, si interrompeva solo per servire ai banconi da take away, sotto l’ipnotico inseguirsi di bianco e nero dell’arazzo “l’occhio della strega”,  il suo cus cus con le verdure, lo spezzatino di manzo e zucca, i gamberoni speziati… Con Nelly ho capito che cosa significa cucinare e che cosa significa mangiare, tanto che spesso andavo a trovarla da sola per poter gustare i suoi piattini in mistico silenzio interiore e ad occhi chiusi.

All’improvviso, un giorno di qualche tempo fa, passando davanti ai tre gradini del suo negozio, mia figlia ad io abbiamo trovato un cartello e abbiamo letteralmente pianto: “Eravate in molti, ma non abbastanza. L’avventura di Le Canary per ora finisce qui. Grazie a tutti“.

Oh Nelly, con la tua calma, con l’arrotata erre francese della tua pronuncia e i colori accesi e contrastanti che inaspettatamente accoglievano sulla soglia del tuo Le Canary, dove sei?

Perché il nostro Karma ci infligge ora, al posto tuo, la pizza al trancio, le patatine coperte di ketchup e gli squallidi hot dog di un locale giallo e rosso simil-Mac Donald’s la cui insegna untuosamente recita “Il Mangione”?! Perché il mito dell’abbondanza sul quale abbiamo costruito la nostra idea di vivere civile continua a vincere sull’amore, sulla qualità e sul tempo dedicato? Non l’abbiamo ancora capito che il troppo non porta da nessuna parte, che il troppo non solo ingrassa, ma consuma e spreca e non da niente in cambio, se non una panza bella piena e un cervello bello vuoto?!

Continuiamo così: buon Alka-seltzer a tutti!

Sono s-collocata!

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Senza titolo #65

Ieri la mia amica, nonché personal guru, Anna mi ha segnalato l’esistenza dell’Ufficio di scollocamento (http://scollocamento.ilcambiamento.it/), uno sportello pensato per aiutare le persone a riflettere concretamente su di una possibilità: cambiare vita! Scollocarsi.

Scollocarsi non è ri-collocarsi, bensì collocarsi fuori da un sistema i cui valori non si condividono più, fuori dai suoi schemi precostituiti e omologanti, fuori dalla mentalità del consumo, fuori da uno stile di vita basato su ritmi di lavoro insostenibili e inumani. Scollocarsi non è pensato come una via di fuga, bensì come una via d’uscita alla ricerca di una nuova e personale idea di benessere.

Dalle generazioni che ci hanno preceduto abbiamo ereditato il sogno di una società benestante fatta di famiglie con la seconda casa al mare e la terza casa in montagna, i figli alle scuole private, tutti i week-end e i ponti passati fuori città. Ma questo è appunto un ideale ereditato. E’ ancora attuale? E’ ancora sostenibile? Ma, soprattutto, è il nostro?

Abbiamo bisogno di due auto? (in realtà la domanda che dovremmo porci è se abbiamo veramente bisogno di un’auto…). La formazione scolastica che stiamo dando ai nostri figli o che stiamo programmando per loro (dalle mille attività del pomeriggio dopo la scuola fino all’università e al master) è ancora valida? Sarà in grado di fornire loro gli strumenti necessari ad affrontare il nuovo che è alle porte? Forma delle persone o fornisce solo informazioni facilmente deperibili insieme con i tempi che cambiano?

Sono queste le domande che l’Ufficio di scollocamento invita a porsi. Ma la cosa interessante è che chiede alle persone di suggerirne altre. Nuove domande. Nuovi dubbi.

Ognuno offra poi le sue risposte, segua il suo percorso, si scelga le sue tappe e le sue mete. L’importante è non saltare questa domanda: sono collocato nel posto giusto? quello che questa società mi sta offrendo è veramente quello che voglio o forse sono stato semplicemente attratto da una bella confezione?

Io questa domanda me la sono fatta e già da qualche mese mi sono autonomamente scollocata.

Fino a gennaio avevo uno stipendio a fine mese, ma ero un’infelice statale a tempo indeterminato; adesso non ho quasi mai un soldo in tasca, però ho il mio tempo. Il tempo per osservare, per vedere, per pensare, per ascoltare, per esserci con mia figlia e con la mia famiglia, per aiutare i miei vicini e i miei amici e per scrivere su questo inutile e improduttivo blog!

Chiedilo a mE – La posta dei lettori

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Chiedilo a mE

Questa settimana si inaugura una nuova rubrica: “Chiedilo a mE

Se hai un problema assillante, una domanda esistenziale ricorrente; se sei alla ricerca di quel piccolo consiglio che ti cambierà la vita o se cerchi semplicemente un suggerimento per migliorare il tuo life-style, indirizza i tuoi quesiti a “Chiedilo a mE”…

Cara mE,

sono disperata. Da qualche mese il mio lavoro è diventato un vero e proprio incubo: i miei capi si divertono a giocare a poliziotto buono/poliziotto cattivo e io mi ritrovo senza un dirigente che sia in grado di ascoltarmi. Con la scusa di un’attività da responsabile, sono stata invece demansionata. La mole di lavoro è insostenibile e l’ufficio si trova perennemente sottorganico. Lavoro come un automa senza riuscire a dare alcun valore aggiunto a ciò che faccio. Non mi lasciano prendere ferie o permessi perchè le scadenze incombono in continuazione. Lavoro tantissimo e non basta mai. Mi sento schiava della mia scrivania. Sono stanchissima. Respiro male. Sono arrivata persino a perdere il sonno per la rabbia e le preoccupazioni. I rapporti con le mie colleghe diventano ogni giorno più tesi. Anche le relazioni familiari sono messe a repentaglio perché sono nervosa e poco disponibile e parlo solo di lavoro. Ho perso ogni residuo senso dell’umorismo.

Il servizio che fornisco è di pessima qualità. Molti utenti sono persone frettolose, sgarbate e arroganti.

Nei quasi 10 anni di lavoro in questo Ente mi sono progressivamente sempre più allontanata dalla mia formazione e le tematiche che mi trovo ad affrontare ora mi sono estranee, per non dire del tutto aliene.

Ovviamente ho provato a chiedere un trasferimento. Ho provato persino a chiedere un’aspettativa senza stipendio. La risposta è sempre stata la stessa: no. Stavo pretendendo troppo.

Che cosa mi rimane da fare? Come posso, con i tempi che corrono, buttare alle ortiche un contratto vero?

tua

Indeterminata Disperata

Cara Indeterminata Disperata,

di qualsiasi tipo siano i tempi che corrono, ti sei praticamente risposta da sola: se il tuo fine è salvare il tuo lavoro, allora rimani e lotta! Prova a cercare un interlocutore più in alto dei due squallidi furbastri, docenti emeriti di mobbing applicato, con cui sei capitata. Scrivi, denuncia, fai causa, datti da fare, non mollare, insomma.

Se il tuo fine, invece, è, come mi sembra, salvare te stessa per tornare a fare qualcosa che ti assomiglia di più, allora licenziati in tronco, non sprecare ulteriori energie in compianti e recriminazioni e trasformati da Indeterminata Disperata a Determinata Serena!

tua

mE

Beauty is Truth

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Sto riempiendo la mia vita di cose belle:

  • al secondo piano di un palazzo anni Venti di Milano, progettato dal Portaluppi, si visita l’appartamento che fu dei coniugi Boschi, collezionisti d’arte, ingegnere in Pirelli lui, Antonio, e ceramista lei, la bionda e sportiva Marieda. Le stanze sono una meraviglia di luminosità d’epoca: luce dal grande bow-window, luce dai lampadari Venini con i loro pastelli violetti e verde giada, luminoso il parquet color biondo miele, luminosa persino la graniglia che riveste i pavimenti dell’ingresso e dei locali di passaggio… E poi i De Chirico, i Fontana, i Sironi, Piero Marussig, Remo Brindisi: ovunque  gioia per gli occhi, arricchimento emotivo e  fonte di ispirazione creativa;

  • in una viuzza che se non la conosci non la trovi, non lontano da Casa Boschi Di Stefano, s’incontra The Small, un minuscolo market restaurant con dodici coperti più un paio di tavolini sulla strada. Qui la coppia di veri e propri collezionisti di pezzi d’arredo e di stoviglie mai uguali tra loro e’ composta da Alessandro e Marco che fanno di ogni portata, e persino di un caffè macchiato, un evento creativo;

  • tre donne, tre amiche, tre sorrisi specialissimi, tre storie: dolce Doris e pepata Eduarda con cui ho condiviso il ricco percorso d’arte del novecento italiano e radiosa Claudia che ha sperimentato con me la cucina di The Small.

Bellezza è Verità, Verità è Bellezza, questo solo sulla Terra sapete, ed è quanto basta – Seguendo Keats, sto riempiendo la mia vita, i miei occhi, la mia mente di bellezza, come una cura disintossicante nell’attesa della guarigione dal grigio, dalla noia, dalla polvere, dall’opacità, dall’ottusità, dalla ripetitività, dall’arroganza dell’ambiente accademico in cui mi trovavo fino a un paio di mesi fa.

Ora mi sto concedendo il lusso del tempo per ricercare, creare e assaporare la bellezza in tutte le sue manifestazioni: questa per il momento è la mia Verità… non chiedetemi altro…

Let’s Get Paranoid 4

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Stressed out

L’attuale contingenza economica ci ha costretto a vedere tragicamente ribaltato il famoso “Lavorare meno, lavorare tutti” nel penoso “Lavorare tanto, lavorare in pochi”.

I pochi arrivano in ufficio all’alba, staccano dopo il tramonto e partecipano a riunioni organizzative con la dirigenza in orari che sarebbero più adatti al “timbro il cartellino e vado a casa” che non al “salvo l’ultima slide e stampo”.

I pochi non meritano recuperi, permessi o ferie, anche quando i loro tabulati-presenze, se potessero parlare, urlerebbero il contrario!

I pochi dormono poco.

I pochi mangiano male.

I pochi non hanno una famiglia o si sono dimenticati di averla.

I pochi minimizzano la tracheite a dicembre e trascurano la bronchite a gennaio.

I pochi non alzano gli occhi dal loro foglio excel nemmeno per l’allarme antincendio.

I pochi controllano la posta elettronica di lavoro il sabato sera e, compulsivamente, … cliccano reply.

I pochi sono sempre in servizio.

I pochi si fanno carico comunque e sempre, e anche loro malgrado, di qualsiasi situazione difficile o di emergenza capiti in ufficio.

I pochi sono sempre in prima linea.

I pochi non sono capaci di dire di no. L’espressione “Adesso basta!” non sarà MAI modulata dalle loro corde vocali.

I pochi si lamentano – oh, se si lamentano! – ma non si spostano.

I pochi hanno le spalle larghe e sono convinti di poter reggere qualsiasi situazione insostenibile.

I pochi si sentono responsabili anche quando non sono stati ufficialmente incaricati di una responsabilità.

I pochi, quando ricevono meno, reagiscono dando di più.

I pochi soffrono perchè sono molto sensibili, ma non rispondono ai torti.

Insomma i pochi sono perfetti MASOCHISTI!

Oddio… eccolo il solito pensiero paranoide che si fa strada:

ma non sara’ che lassù, all’area risorse umane, hanno un qualche test o sistema psicologico per individuare al primo colloquio questa insana, ma comoda, sottile perversione dell’animo umano?!

Let’s get paranoid 3

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Fast

C’e’ la crisi economica.

Le aziende private e gli enti pubblici non assumono e non reintegrano il personale mancante per pensionamento, maternità o altro.

Chi rimane è costretto a lavorare in una costante situazione di sotto-organico.

Chi rimane (fortunato possessore di un lavoro) deve pertanto produrre di più, sempre più in fretta e subendo sempre maggior pressione da parte della dirigenza.

Non solo il lavoro si svolge ad un ritmo sempre più rapido, ma anche la mente stessa incomincia a muoversi ad un ritmo sempre più rapido.

Una mente che galoppa diviene facile preda di emozioni negative come la collera e la paura.

Senza le adeguate condizioni di tranquillità, la nostra mente difficilmente riesce a provare la compassione, la tenerezza e l’amore.

Senza amore si perdono la pazienza, la gentilezza e il rispetto.

La fretta offusca anche la capacità di giudizio.

Il discernimento viene sostituito da decisioni improvvise, non vagliate con oculatezza.

Alle decisioni meditate si sostituiscono i riflessi condizionati.

L’uomo diventa macchina.

La persona non pensa più, non crea più nulla di nuovo. Viene di continuo ripetuto il già fatto e il già visto.

Ciò che viene prodotto (l’articolo di un quotidiano, un cartellone pubblicitario, un programma televisivo, un servizio all’utente allo sportello postale, una ricerca scientifica, …) perde in qualità, in valore intrinseco, perché deriva dalla coazione di pensiero e non dalla libertà del singolo.

Ma come possiamo uscire dalla crisi se continuamo a produrre oggetti e servizi scadenti; se siamo privi di idee perché perché siamo stati privati del tempo per pensare?!

La risposta paranoide che mi sono data è che forse proprio non c’è la volontà di uscirne: non è infatti molto più comodo avere a disposizione corpi che vivono in modo quasi automatico, che ripetono senza soluzione di continuità la stessa reazione al medesimo impulso?! Non è forse più comodo avere a disposizione consumatori che cercano la risposta al disagio di non avere più alcuno scambio con la propria anima nelle droghe, nei farmaci, nell’alcol, nel fumo, nel cibo in eccesso, negli acquisti in eccesso, nella pornografia, nel ripetersi di relazioni interpersonali depauperanti e dannose o in qualsiasi altra ossessione o comportamento compulsivo?

Ma con ogni probabilità si tratta solo di un pensiero paranoide…

P.S.: questo post è dedicato a Laura, un’amica, una persona molto bella e intelligente che sta lottando per non essere stritolata dagli ingranaggi della catena di montaggio in cui si trova.