Una questione di dovere

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Lettura di Pollyanna a mia figlia prima di dormire. Arrivo al punto in cui, impertubabile, la severissima zia Polly ha appena elencato all’attonita nipote tutta una serie di compiti quotidiani per il completamento della sua buona educazione:

Pollyanna gridò con sgomento:

-Oh, zia Polly, zia Polly, non mi hai lasciato neanche un po’ di tempo per…per “vivere”.

Per “vivere”, bambina! Cosa vorresti dire? Come se non continuassi a vivere per tutto il tempo!

-Si, certamente continuerei a respirare per tutto il tempo in cui farò quelle cose, zia Polly, ma non “vivrei”. Uno respira quando dorme ma non “vive”. Intendo dire “vivere”, fare le cose che vuoi fare: giocare fuori, leggere, arrampicarsi sulle colline, parlare con il signor Tom in giardino, e con Nancy, e cercare di scoprire tutto sulle case e la gente e su tutte le strade incredibilmente belle attraverso le quali sono passata ieri. Questo è ciò che chiamo “vivere”, zia Polly. Respirare soltanto non è vivere!

La signorina Polly alzò la testa, irritata.

-Pollyanna, tu sei una bambina molto strana! (…)

(…) Ora fu Pollyanna a sospirare; pensò che un giorno avrebbe finito per odiare quella parola, “dovere”.”

Ultimamente ho prestato molto ascolto alla vocina acuta di quella bambina strana che vive dentro di me. Reclamava il suo tempo per giocare, per bighellonare, per ascoltare, per curiosare, per scrivere sciocchezze e per immaginare un mondo diverso…

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